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Il tempo opportuno

Il tempo opportuno

Il tempo che ci chiama come artefici del suo compimento

di Marinella De Simone

Ormai non ci si può più accontentare di seguire la causazione singolare di un effetto, visto che tutta la realtà è solo e sempre un gioco di fattori in correlazione, costituito dalle sue polarità, da cui scaturisce – si secerne – una trasformazione che, da possibilità minima, appena emergente, si avvia decisamente a diventare sempre più probabile, fino al punto di attualizzarsi1.

(François Jullien,  Essere o vivere. Il pensiero occidentale e il pensiero cinese in venti contrasti)

 

Il tempo lineare

È un concetto utile, che considera il tempo come una variabile, permettendone la misurabilità in frazioni sempre più piccole di durata, traducendone il significato in termini di anni, mesi, ore, minuti, secondi, da trascorrere o già trascorsi. È un’analisi di tipo quantitativo, sulla base della quale abbiamo regolato sempre più la nostra vita negli ultimi secoli.

Considerare il tempo come una quantità porta con sé la semplificazione di trattarlo come un oggetto, trasferendo su di esso tutte le problematiche inerenti alla sua reificazione: lo trattiamo come un bene da utilizzare, da sfruttare, da ottimizzare. Un bene la cui peculiarità è la scarsità e la non riproducibilità, e come tale avente un valore economico determinante. Attraverso di esso misuriamo la nostra capacità quotidiana di utilizzarlo in modo sia efficace che efficiente, come dei manager di noi stessi.

“Quanto tempo mi occorre per farlo?” “Quanto mi viene pagata un’ora di lavoro?” Sono domande comuni che ci facciamo sin troppo spesso, trasformandole in un’ossessione. Il tempo è divenuto non solo un bene economico, ma anche e soprattutto un mezzo di scambio alla stregua del denaro, e come tale abbiamo imparato a trattarlo. Peccato che riusciamo solo a perderlo senza poterlo riguadagnare, né tanto meno tesaurizzare.

Anche il dirci “non ho abbastanza tempo” è divenuta una litania quotidiana, con l’effetto di fare sempre più in fretta ciò che dobbiamo o vogliamo fare, aumentando ulteriormente la nostra sensazione di non avere abbastanza tempo.

Il tempo lineare è anche il tempo del flusso inarrestabile degli eventi, che scorre come un fiume in un’unica direzione: dietro di noi il passato, ciò che non è più, davanti a noi il futuro, ciò che ancora non è e, infine, il momento presente, l’unico tempo che non riusciamo a vedere.

In alcune culture – come quella delle popolazioni aymara, abitanti gli altipiani andini – il futuro è posizionato alle proprie spalle, il passato è davanti a sé. Chissà se almeno loro riescono a vedere – o a immaginare – il proprio presente.

Il tempo lineare porta con sé, inevitabilmente, il considerare gli eventi come anelli concatenati tra loro secondo una causazione temporale, creando così la storia di noi stessi, e rinunciando di fatto a vederne i molteplici, complessi, intrecci.

Il tempo ciclico

È il tempo dell’eterno ritorno, il tempo delle stagioni, dei giorni e delle notti, delle nascite e delle morti. È anche il tempo delle creazioni e delle distruzioni, eterno come l’Uroboro, il serpente che si morde la propria coda, creando un cerchio in cui non vi è né inizio né fine.

È il tempo su cui è stata fondata fin dalle origini della storia umana la nostra comprensione del mondo e da cui scaturiscono le diverse mitologie che hanno governato l’evoluzione del pensiero umano. Nel cielo: il movimento ciclico della Luna, del Sole e delle altre costellazioni; sulla Terra: i cicli delle stagioni, della vita e della morte di tutti gli esseri, animali e vegetali; i cicli della semina e della raccolta erano cadenzati dai grandi cicli che permeavano tutte le cose e attraverso questi trovavano la propria ragion d’essere.

Questi cicli hanno guidato i riti agrari e religiosi che servivano a mettere in relazione il microcosmo umano con il macrocosmo universale e di cui si è nutrito lo sviluppo delle comunità umane.

Il tempo ciclico ha un che di imperturbabile, di ineluttabile, che sovrasta la nostra volontà rendendoci sì da un lato partecipi, ma dall’altro succubi del ciclo stesso. Qualcosa che avviene oltre e sopra di noi, a cui non possiamo sottrarci. Abbiamo solo la possibilità di adeguarci e fare del nostro meglio per assicurarci un’esistenza migliore, forse nel prossimo ciclo di fortuna – o di rinascita.

Il tempo opportuno

Il tempo opportuno è il tempo della qualità della situazione. Non è lo scorrere indifferente del tempo lineare che attraversa la nostra vita, e non è nemmeno il ciclo dell’eterno ritorno, della fortuna e della sfortuna che si alternano nella ruota che gira senza sosta, anch’essa in qualche modo indifferente alla nostra esistenza.

È il tempo che ci chiede quando agire e quando non agire; quando parlare e quando rimanere in silenzio; quando riflettere, aspettare, osservare, e quando intervenire. È il tempo che ci chiama come artefici del suo compimento, e la nostra presenza, il nostro esserci in quel momento, è fondamentale.

La nostra conoscenza si manifesta nell’esperienza, rendendoci trasformatori degli eventi che si stanno preparando: saper riconoscere ciò che sta avvenendo, e saper intervenire al momento opportuno per facilitarne il compimento.

In termini di complessità, è l’emergere di qualcosa di nuovo che mostra una qualità che prima era assente, e noi siamo partecipi di questo manifestarsi. È il tempo dell’agire che ci emoziona e ci fa sentire di prendere parte a qualcosa di più grande.

Riconoscere il tempo opportuno per agire – o per non agire se non si è ancora manifestato – ha un connotato di saggezza che non ha la semplice conoscenza di sapere ciò che è giusto o è bene fare e farlo.

Si tratta di una saggezza data dall’esperienza incarnata nella persona che ha imparato a riconoscere lo stratificarsi dei fenomeni e il loro intersecarsi, preparandosi al momento opportuno dell’azione. Una saggezza data anche dall’umiltà di riconoscere di non essere l’artefice di ciò che emerge, di non essere la causa scatenante, ma solo l’innesco di un processo pronto per il suo manifestarsi, e che forse non si sarebbe realizzato senza il nostro intervento.

Kairòs, per gli antichi Greci, indicava il tempo opportuno o propizio per compiere un gesto, un’azione, per scendere in battaglia o per contrarre matrimonio. Rappresentato da un giovane nudo con grandi ali sulle spalle e piccole ali ai piedi, con un ciuffo di capelli dritti davanti e la testa rasata dietro – per ricordarci che non può essere acciuffato da dietro ma solo stando avanti insieme a lui – mentre sta correndo veloce come il vento.

È l’attimo presente, che già sta fuggendo sotto i nostri piedi, che non possiamo lasciare che si trasformi nel passato senza avervi preso parte. In ciò che non sarà più e che non avrà trovato il suo compimento perché eravamo distratti. Distratti forse dai nostri stessi discorsi sul non avere abbastanza tempo.

 

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