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Io chi sono?

Io chi sono?

Fare silenzio fuori di noi e dentro di noi 

di Marinella De Simone

C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno.

(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila)

Quando ci viene chiesto chi siamo, anche solo quando ci dobbiamo presentare brevemente a qualcuno che non conosciamo, ci troviamo nell’imbarazzo di come raccontarlo nel modo più sintetico possibile. Abbiamo tanti aspetti di noi stessi diversi tra loro, e ci chiediamo quale potrebbe interessare il nostro interlocutore. Spesso, per dire chi siamo ci limitiamo a categorie sociali già esistenti a cui possiamo, ragionevolmente, dichiarare di appartenere, privilegiando quelle lavorative: sono un’insegnante, sono un architetto, sono un avvocato. Solo se ci sentiamo un poco più in confidenza, aggiungiamo descrizioni di aspetti sociali più personali: sono un genitore, un tifoso del calcio, una appassionata di musica classica. Ben sapendo che queste definizioni non potranno mai esprimere chi veramente siamo.

Riconosciamo l’importanza dei nostri ruoli sociali negli sguardi degli altri, nel modo in cui rispettosamente ci salutano, o nel modo in cui ci attraversano con lo sguardo senza vederci, come fossimo trasparenti ai loro occhi. Per sentirci visti, rischiamo di diventare una rappresentazione di noi stessi, come fossimo su un palcoscenico in cui, indossando una maschera, mettiamo in scena una parte semplificata di noi stessi, ogni volta diversa in funzione di chi sono gli spettatori privilegiati del momento. Il pericolo più grande è quello di credere anche noi alla rappresentazione che diamo di noi stessi, identificandoci con le diverse maschere che indossiamo.

Il bisogno di essere riconosciuti a livello sociale ci appartiene profondamente; sentirci inclusi in un gruppo ci fa sentire meno soli, più solidali con chi è simile a noi, confidando a nostra volta nella comprensione e solidarietà degli altri, che potrà ritornarci moltiplicata per dieci, per cento, per mille… Ognuno darà il proprio contributo di rispetto e di riconoscimento, perché appartenente alla medesima categoria sociale. Se questo non dovesse avvenire, se non dovessimo sentirci inseriti in almeno un gruppo che ci riconosce come membro, il senso di solitudine potrebbe divenire insostenibile, fino a non consentirci di capire chi siamo.

Abbiamo bisogno degli altri per capire chi siamo, anche se questa nostra appartenenza ad alcune categorie sociali è solo una parte – a volte anche molto piccola – di noi stessi.

Nonostante proclamiamo – per giustizia sociale – la necessità di essere tutti uguali, abbiamo bisogno di sentire che non siamo tutti indifferentemente uguali, ma che apparteniamo a qualcosa che ci fa essere diversi dalla massa, rendendoci tra noi speciali, fino a sentirci, paradossalmente, “più uguali degli altri” con alcune categorie di persone.

Categorie di appartenenza fondate su fedi e credenze, squadre sportive, professioni, università frequentate, paesi di provenienza, livello di ricchezza, fino all’etnia o al colore della pelle: ognuna ha regole e principii propri, che definiscono chi può entrare e chi no, costruendo una distinzione necessaria per definire la diversità tra “noi” e “loro”. Distinzione costruita attraverso riti di appartenenza, simboli di riconoscimento, parole speciali che diventano linguaggi specialistici, abbigliamenti che definiscono lo status di appartenenza.

Tutti noi sappiamo che questa differenziazione tra un “noi” e un “loro” esiste, eppure poco se ne parla e poco si affronta come possibile problema sociale per gli effetti che può provocare. Ci si accorge del problema quando degenera in comportamenti pericolosi e antisociali, sottovalutando purtroppo il lungo processo che conduce a queste differenziazioni e quanto ognuno di noi ne abbia bisogno per sentirsi qualcuno.

Non si tratta solo di essere diversi dagli altri; si tratta anche del fatto che il gruppo cui apparteniamo è migliore degli altri, non importa quale ne sia il motivo: più preparati, più intelligenti, più capaci, più ricchi, più coraggiosi, più forti. Certamente c’è qualcosa che ci distingue dagli altri e che definisce la nostra inclusione nel gruppo e l’esclusione di altri.

Se noi siamo migliori, allora gli altri non possono che essere peggiori: le regole di inclusione definiscono anche l’esclusione degli altri diversi da noi. E questo apre le porte al conflitto tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi è amico e chi è nemico.

Banalmente, a volte basta creare il nemico – metodo abbondantemente utilizzato nell’imbarbarimento politico di questi anni – per creare un gruppo coeso tra chi gli si oppone. Il nemico diviene uno stereotipo, a cui ricongiungere con generalizzazioni e semplificazioni tutti coloro che non si conformano a standard che possono essere anche definiti nel tempo, purché servano a creare differenze ed esclusioni.

E non è necessario fare distinzioni tra chi è dentro al gruppo: meglio creare un gruppo compatto che si identifichi contro il nemico, piuttosto che cercare valori condivisi, progetti comuni, confronti interni. Aprirebbero solo crepe, distinzioni, individualità. Meglio un pensiero unico e uniformante, così banale da non richiedere alcuna riflessione di approfondimento; facile come bere un bicchier d’acqua. Il giudizio è rivolto esclusivamente agli altri, comunque peggiori rispetto a noi.

Questo è ciò che ci rende forti, ma anche estremamente fragili. L’inserimento in gruppi sociali è importante per sapere chi siamo – e per poterlo raccontare facilmente – ma offusca una parte, spesso preponderante, di noi stessi.

Rispondere alla domanda “Io chi sono?” richiede ben altre strade, molto più impervie e lunghe. Lunghe come tutta la vita che è già passata e lunghe come tutta la vita che ancora non sappiamo se ci sarà. Abbiamo bisogno di attingere alle multiple vite che abbiamo vissuto, spesso incoerenti tra loro, alla nostra quotidianità di oggi così confusa e all’incertezza che ci attende domani per rispondere a questa domanda. Che, in fondo, ci accompagna e, a volte, ci assilla per tutta la vita. Potremmo in futuro trovarci a vivere esperienze che mai avremmo immaginato, e che possono farci scoprire parti di noi di cui ignoravamo completamente l’esistenza. Quanto può essere difficile giudicare gli altri se nemmeno noi sappiamo chi siamo e chi potremmo diventare!

Necessariamente, dobbiamo vivere noi stessi anche nella solitudine, nel silenzio, lontano dai rumori, dai doveri, dagli impegni giornalieri, lontano persino dalle altre persone, per capire chi siamo. Lasciare che si sveli a noi, lentamente, la consapevolezza di noi stessi. È come ricercare l’origine della vita dentro di noi, attingendo alle nostre risorse più profonde. Sospendere il mondo esterno per un po’ – qualche minuto, qualche ora, qualche giorno, persino qualche settimana – per fare silenzio fuori di noi e dentro di noi.

Solo così possiamo, dandoci lo spazio necessario tra noi stessi e il mondo, comprendere chi siamo. E comprendere che noi siamo solo perché gli altri sono, e che dobbiamo specchiarci negli occhi degli altri per poterci vedere.

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