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Bias cognitivo e Covid

Bias cognitivo e Covid

La resistenza al cambiamento favorisce la diffusione della pandemia

di Vito Vacca

L’Europa è nuovamente in “lockdown” rigido, ma appena ci sono stati degli allentamenti abbiamo assistito alle folle dello shopping per le festività di fine anno, il tutto a fronte di oltre mezzo milione di morti ufficiali per Covid-19 sul territorio europeo.

In televisione e sui media si rinnovano gli appelli a comportamenti consoni alla presenza di una pandemia, ma le cose non cambiano anzi peggiorano e gli esperti affermano: le persone sono stanche. Allora cerchiamo di capire cosa sta realmente succedendo al nostro cervello in questa situazione nuova e totalmente inedita.

Negli ultimi venti anni, le neuroscienze e gli studi sui meccanismi mentali hanno fatto enormi passi avanti nel decodificare il modo in cui pensiamo e reagiamo all’ambiente esterno, in particolare usiamo qui come criterio interpretativo i risultati delle ricerche del Premio Nobel Daniel Kahneman.

L’evoluzione ci ha dotato di due meccanismi mentali di risposta agli stimoli, uno veloce ed intuitivo, un secondo più lento e riflessivo, gli esperti li chiamano “sistema 1” e “sistema 2”.

Il “sistema 1” è connotato da un modo di pensare veloce che opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo, nessun senso di controllo volontario, si è sviluppato quando vivevamo principalmente all’aperto in ambienti ostili e rapidamente bisognava decidere se affrontare il potenziale pericolo o fuggire nell’immediatezza.

Il “sistema 2” agisce con sforzo, indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, spesso è “pigro”, perché tende a non correggere il “sistema 1” ed a prendere per buone le sue conclusioni rapide.

Il “sistema 1” è stato plasmato dall’evoluzione per fornire una valutazione costante dei principali problemi che un organismo deve risolvere per sopravvivere nel mondo; abbiamo ereditato meccanismi neurali che si sono evoluti per fornire continue valutazioni del livello di minaccia.

Per il “sistema 1” è importante la coerenza della storia che riesce a costruire; la quantità e la qualità dei dati su cui si basa la storia sono in gran parte irrilevanti; quando le informazioni sono scarse, il che accade spesso, il “sistema 1” funziona come un meccanismo per saltare alle conclusioni, generando impressioni ed intuizioni.

Saltare alle conclusioni sulla base di prove limitate applica il meccanismo “what you see is all there is”, ossia “quello che si vede è l’unica cosa che c’è” (ed il virus non si vede ad occhio nudo).

Questo meccanismo facilita la realizzazione della coerenza e della fluidità cognitiva che ci induce ad accettare un’affermazione come vera e spiega perché siamo in grado di pensare in fretta, riuscendo a trarre un significato da informazioni parziali in un mondo complesso; nella maggior parte dei casi, la storia coerente che il “sistema 1” mette insieme è sufficientemente simile alla realtà da consentire un’azione ragionevole.

Tuttavia questo modo di procedere innesca anche una serie di bias (errori, distorsioni) di giudizio e di scelta, che producono un’eccessiva sicurezza con cui le persone si affidano alle loro credenze; le decisioni finiscono per dipendere più dalla qualità della storia che si raccontano nel suo complesso, rispetto a ciò che vedono nella realtà (ove in concreto spesso vedono molto poco, perché mancano informazioni rilevanti e dati accurati).

Non ci si cura del fatto che manchino prove essenziali al nostro giudizio: “quello che vediamo è l’unica cosa che c’è”, il nostro sistema associativo tende a stabilire un modello coerente di attivazione, ed a reprimere il dubbio e l’ambiguità (tipica è l’affermazione: si è sempre fatto così); inoltre ci sono seri problemi a comprendere le statistiche, che a livello di percezione spesso rimangono un mero insieme di numeri.

Il “sistema 2”, quello riflessivo, è connotato dall’espressione “prestare attenzione”; ciò è importante, perché disponiamo di un budget limitato di attenzione, che destiniamo a varie attività, e se cerchiamo di superare questa dotazione di attenzione siamo destinati a fallire (e quanta attenzione in più nelle attività quotidiane richiede la pandemia in corso).

Una caratteristica delle attività impegnative è di interferire una con l’altra, per questo motivo è difficile, se non impossibile, farne diverse nello stesso tempo; si possono compiere azioni diverse soltanto se sono facili e richiedono poco sforzo (ad esempio: guidare in una strada senza traffico e conversare).

Il maggiore sforzo richiesto dal “sistema 2” lascia spesso spazio alle rapide conclusioni tratte dal “sistema 1” che attiva un procedimento euristico (dal greco “scoprire” o “trovare”), ossia un metodo di approccio alla soluzione dei problemi che non segue un chiaro percorso, ma che si affida all’intuito ed allo stato temporaneo delle circostanze, al fine di generare una decisione.

L’euristica della disponibilità, come altre euristiche del giudizio, sostituisce un giudizio più complesso con un giudizio più semplice, questo velocizza il “saltare” alle conclusioni, ma porta anche alla produzione di errori sistemici in modo inevitabile.

Infatti, il nostro cervello tende a privilegiare le cose e gli accadimenti vicini, non percepisce nella loro piena rilevanza le situazioni lontane; tende a sostituire un giudizio, che necessita di maggiore riflessione, con un altro più facile e più comodo, di maggiore immediatezza.

Un esempio: l’aver assistito personalmente ad una aggressione ci farà percepire la situazione nella nostra città più pericolosa che in passato, mentre le statistiche confermeranno il calo dei reati nell’anno in corso (compreso il numero delle aggressioni) nell’area urbana in cui viviamo.

Questo perché le esperienze ed i vividi esempi personali sono più disponibili per il nostro cervello delle mere statistiche o di eventi accaduti ad altri; infatti, la conoscenza dei numeri delle statistiche sulle malattie non ci portano a cambiare stile di vita, soltanto un evento personale che ci tocca direttamente ci determina a farlo.

Coloro che minimizzano, o addirittura negano, la presenza del coronavirus non hanno avuto esperienza di casi vicini tra parenti, amici, colleghi o conoscenti, per cui tutto sommato perché rinunciare alla propria vita quotidiana per un pericolo lontano ed ipotetico, eventualmente dovendo subire soltanto pochi sintomi parainfluenzali?

Nel dispiegarsi dei comportamenti quotidiani, non sono servite le immagini “lontane” dei camion militari pieni di bare della scorsa primavera e neanche i tragici reportage dalle terapie intensive stracolme della seconda ondata; non è una situazione percepita come “vicina”, il cervello di molti non si focalizza nella necessaria attenzione; ricordiamolo: l’attenzione richiede sforzo e concentrazione, ossia un maggiore impegno ed un maggiore utilizzo di energia.

Prevale l’euristica della disponibilità: non è una questione che riguarda da vicino il negazionista; meglio mettere la testa sotto la sabbia, non guardare i servizi giornalistici sgraditi in televisione o sui media che richiederebbero attenzione e di dover conseguentemente adottare le giuste cautele ed un maggiore impegno; è più facile gridare al complotto contro la propria libertà (di poter contagiare gli altri, o di potersi ammalare, ed in alcuni casi perire).

Attenzione: il meccanismo dell’euristica della disponibilità non crea problemi soltanto con il COVID, ma nella percezione della pericolosità di tutta una serie di malattie: gli ictus provocano quasi il doppio dei decessi di tutti gli incidenti messi insieme, ma l’80% delle persone reputa più probabile una morte accidentale.

La morte per malattia è 18 volte più probabile della morte per infortunio, mentre le persone le giudicano alla pari; ed allo stesso modo la morte per incidente è ritenuta 300 volte più probabile della morte per diabete, mentre il rapporto vero è di 1 a 4 (ossia per diabete muoiono il quadruplo della persone che per incidente); infine, le morti per tornado sono considerate più frequenti di quelle per asma, che invece è 20 volte più frequente come fattore letale, ma attira molto di più l’attenzione (e la relativa percezione) un tornado che stare male per l’asma.

L’attuale situazione, totalmente nuova per il nostro cervello, richiede un grande sforzo di attenzione e riflessione per poter metabolizzare il nuovo scenario; come ben sanno coloro che si occupano di organizzazione, ogni cambiamento dello status quo ante (in questo caso della nostra normalità precedente al virus) richiede molta energia ed un impegno reale e concreto da parte delle persone.

I comportamenti tendono a non cambiare (incluso l’approccio ai periodi di festività e di vacanze), perché in generale cambiare è difficile e richiede uno sforzo specifico; nonostante la pandemia vogliamo vivere la nostra vita come sempre (come prima), non abbiamo chiesto noi al virus di comparire; aspiriamo a risposte semplici ed immediate (sistema 1), invece la situazione attuale richiede un costante ricorso ad attenzione e riflessione (sistema 2), dobbiamo farcene una ragione nel profondo, attivando una maggiore consapevolezza.

Generazioni prima della nostra hanno dovuto affrontare guerre ed altre calamità, alla nostra generazione è toccata in sorte la pandemia da COVID-19; come per le generazioni precedenti se ne esce in un solo modo: non sottovalutando la situazione attuale, non pensando che ci siano scorciatoie, ma impegnandosi tutti al meglio delle proprie possibilità per affrontare una situazione estremamente seria, anche durante le festività (il virus non fa alcuna distinzione tra giorni feriali e festivi).

Articolo pubblicato in inglese su ytali.com il 29/12/2020 con il titolo: “Resistance to change and to Covid”
Articolo pubblicato in francese su dirigeant.fr il 05/01/2021 con il titolo: “Résistance au changement: sans un plus grand engagement, les mécanismes mentaux jouent pour la Covid”

Vito Vacca è Consulente e Formatore Manageriale con 30 anni di esperienza professionale

ed è Socio per il 2021 del Complexity Institute

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Per contattarci:
complex.institute@gmail.com

Cell. +39-327-3523432

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