Letture per l'Estate 2025

consigliate da Ines Fabbro

Abbiamo chiesto ad alcune amiche e amici di indicarci 3 libri che consiglierebbero alla Community del Complexity Institute come letture durante la pausa estiva. 

Non sono solo libri sui temi della complessità, ma anche libri di filosofia, letteratura, fantascienza, storia, scienza, matematica… Alcuni sono veloci, a volte divertenti, altri richiedono più lentezza ed attenzione. 

 

Ecco i 3 libri consigliati da Ines Fabbro, con una sua breve didascalia di accompagnamento. Buona lettura!

 

La letteratura, come le altre forme d’arte,  non dà una visione semplificata delle realtà ma ne esprime la complessità

Durante i master sulla complessità abbiamo imparato a focalizzarci non tanto sugli oggetti e sulle persone quanto sulle relazioni e sulle situazioni che si creano mediante le dinamiche tra essi.
Durante una cena a Roma tanti anni fa il Prof. Alberto De Toni mi liberò dalla convinzione che la mia passione più per i romanzi che per i saggi fosse un segno di scarsa profondità culturale, spiegandomi che la letteratura, come le altre forme d’arte, non dà una visione semplificata delle realtà ma ne esprime la complessità; i grandi romanzi rappresentano la natura sfuggente dei comportamenti umani, la ricchezza e le ambiguità delle emozioni, l’imprevedibilità e l’interconnessione delle vicende, i contesti storico-sociali in cui si svolgono e che li influenzano.
Ho scelto tre romanzi, che possono essere considerati classici secondo la definizione che ne dà Italo Calvino, ma forse sono meno noti. Mi ha guidato l’aspetto di attualità di questi romanzi

Lezione di tedesco - di Siegfried Lenz, premio internazionale Nonino 2010

Lo lessi dopo aver letto una recensione in cui Goffredo Fofi, nella sua rubrica su Internazionale, lo indicava come un capolavoro misconosciuto. Scritto dopo la tragedia nazista, è ambientato in un istituto di correzione tedesco, dove un ragazzo deve scontare un periodo di rieducazione perché accusato di aver sottratto delle opere d’arte, mentre voleva nasconderle dalla furia distruttiva dell’ideologia che le considerava “degenerate”. Durante la lezione di tedesco gli viene assegnato un compito: scrivere sulla traccia “Le gioie del dovere”, ma Siggi, il giovane protagonista, non riesce a scrivere nulla e dunque viene messo in punizione. Chiuso in una stanza, con il solo quaderno e la matita è costretto a rimanervi fino a che non avrà svolto il tema. Perché suggerisco di leggere Lezione di tedesco? E’ un romanzo che potrebbe essere annoverato tra gli scritti sulla banalità del male, e già questo aspetto è affascinante: cosa spinge le persone a obbedire ciecamente a leader insensati e crudeli? Le vicende si svolgono nel nord della Germania, alle foci dell’Elba. L’Elba, le nebbie e i suoni che si sollevano dal grande fiume costituiscono un contesto ambientale fondamentale per dare l’idea dell’isolamento e della povertà culturale in cui vive la famiglia di Siggi. Mi sono sentita coinvolta dall’atmosfera della vita di Siggi fino a sentirmi partecipe del suo bisogno di libertà e di bellezza. Inoltre, ho compreso appieno come i regimi fortemente connotati ideologicamente lascino radici nella società che perdurano molto oltre la loro fine.

Americanah di Chimamanda Ngozi Adiche, la scrittrice nigeriana più famosa per il romanzo Metà di un sole giallo (premio internazionale Nonino 2009)

Americanah ha suscitato interesse in me per il tema del contrasto tra la vita a Princeton e la vita in Nigeria, tra i ritmi veloci e i ritmi lenti e tra le strutture sociali di un’America colta e un mondo antico e nobile depredato e divenuto indipendente nel 1960 con un’eredità di forti diseguaglianze; per la scoperta e l’uso delle tecnologie da parte di una nigeriana, per la sofferenza dell’ambiguità dei rapporti, per la difficoltà di integrarsi e per le ostilità verso chi viene percepito come diverso (“In America il tribalismo è vivo e vegeto. Ce ne sono quattro tipi: classe, ideologia, regione e razza. […] Gli americani danno per scontato che tutti comprendano il loro tribalismo. Ma ci vuole un po’ per entrarci dentro. Quando facevo l’università, venne un professore da fuori, e durante il suo seminario un mio compagno sussurra a un altro – Oh mio Dio, guarda che faccia da ebreo, - con un brivido, proprio un brivido.”). È anche un romanzo d’amore, di diversi tipi di amore.

Conversazione nella “Catedral” di Mario Vargas Llosa (Premio Nobel 2010)

È un romanzo (primo periodo di Vargas Llosa) che amo moltissimo - per quanto è appassionante, trascinante (Vargas Llosa direbbe abbagliante) - e che rappresenta pienamente la complessità delle reti stratificate di potere e come esse producano corruzione e oppressione. Qui siamo a Lima, negli anni Cinquanta/Sessanta del ‘900, dove, in un locale chiamato ironicamente e grottescamente “La Catedral”, avvengono incontri e conversazioni dai quali emerge la consistenza melmosa della società peruviana, dominata dalle ingiustizie sotto il regime politico dittatoriale del Generale Odrìa. Protagonista del romanzo è un giovane giornalista, ma l’attenzione è conquistata anche da una molteplicità di personaggi, spesso affascinanti, commoventi, talora ambigui per la paura e la necessità di sopravvivere a soprusi e angherie. Leggendo ora La conversazione nella “Catedral” ci possiamo chiedere se qualcosa di importante sia cambiato in America Latina. Leggo dalla introduzione dell’edizione di Einaudi 1998 che, spesso, Conversazione è considerato un romanzo politico. Citando J.J. Armas Marcelo, viene definito “il più realista di tutti i romanzi che sono stati scritti sui dittatori latinoamericani”. Oltre alla denuncia dei danni che l’uso deviato del potere induce nella vita, sociale e umana, delle persone, il romanzo mette in luce la diffusione del razzismo, in una scala gerarchica che vede dominare il “blanco”, seguito dal “criollo” e, poi, dall’indigeno, chiamato “cholo”, fino al “negro” e al “chunco”, l’indigeno amazzonico. Conversazione nella “Catedral” denota la stessa ambizione che ha avuto Balzac nello scrivere la Comedie Humaine, cioè la volontà di costruire un romanzo totale, come un “doppio della realtà” che lo origina. Ho sentito dire spesso, ma non ho trovato la fonte, che, secondo Friedrich Engels, per comprendere la Restaurazione post-napoleonica in Francia era preferibile leggere la Commedia Umana piuttosto che un libro di storia; dico altrettanto di Conversazione nella “Catedral” per quanto riguarda la storia del Perù.

E ora un piccolo gioiello, una raccolta di brevi saggi 

Più lontano ancora di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen è molto noto come scrittore di romanzi. Dopo un periodo di intenso lavoro per scrivere “Libertà”, oppresso dalla stanchezza, dalla solitudine e dal doloroso disorientamento dovuto al suicidio dell’amico David Foster Wallace, decide di allontanarsi dalla sua normalità e sceglie un’isola lontanissima, a ottocento km dalla costa del Cile centrale, non popolata se non da uccelli marini e da otarie. Il nome originale dell’isola, utilizzato dai pescatori di aragoste che vi si recano nella stagione estiva, è Masafuera, cioè “più lontana”. Dal nome dell’isola prende titolo la raccolta, che inizia con un suo discorso dedicato ai laureati di un college intitolato “Il dolore non vi ucciderà”, in cui si parla della sostanza e dei paradossi degli impegni per amore. Ora, personalmente sono piuttosto attratta dai discorsi dei grandi pensatori in occasione delle cerimonie di consegna dei diplomi di laurea, e tra tutti voglio qui ricordare quelli di Josef Brodskij, ma consiglio questo libro soprattutto per la varietà degli argomenti su cui Franzen ha scritto pensieri molto interessanti, a partire dal suo amore per gli uccelli e dalla sua sofferenza per le molteplici modalità (alcune davvero incredibili) con cui vengono perseguitati, fino al rischio di estinzione. Troverete pagine indimenticabili sulla personalità di David Foster Wallace, compresa l’orazione funebre in suo onore.

Chi è Ines Fabbro:

Ha lavorato per circa cinquant’anni in varie università pubbliche (Torino, Bologna, Siena), con diversi ruoli, fino a quello di direttore amministrativo/direttore generale. Da ultimo dg dell’Istituto nazionale di ricerca metrologica. Durante gli anni di direzione dell’Alma Mater università di Bologna (1993-2009) ha incontrato la complessità e ha dovuto iniziare a studiare per affrontarla con cambiamenti profondi di metodo gestionale. Ha svolto incarichi di componente di nuclei di valutazione (università di Napoli Federico II, Politecnico di Torino, Università di Padova, università di Torino) e ha contribuito ad avviare il progetto di benchmarking Good Practice e il Master sulla gestione delle università ed enti di ricerca presso il Politecnico di Milano, tutt’ora attivi.
Attualmente esercita come Gestalt coach e mentore e coltiva i propri interessi culturali, tra i quali il tema della complessità nei suoi vari aspetti. Ha frequentato i Master organizzati dal Complexity Institute, al quale è associata dal 2016.
 

La foto di copertina è di Bianca Van Dijk da Pixabay

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