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Generare, non creare

Generare, non creare

Generare, non creare

Nulla si crea, tutto si trasforma 

di Marinella De Simone

Nell’ottica della generatività, si può definire valore solo ciò che non è contrario alla vita o la mette a rischio. L’azione alla fine è sempre o generativa o degenerativa. Difficilmente neutra. (…) La generatività permette di superare l’aspettativa di un ritorno immediato per quello che si fa, entrando in una dimensione più larga, che può arrivare ad abbracciare l’intera umanità, e più distesa, con un’attenzione non solo nei confronti di ciò che è contemporaneo, ma anche di chi è venuto prima e di chi seguirà.

(Mauro Magatti, Chiara Giaccardi, Generativi di tutto il mondo, unitevi!)

In questi ultimi anni si sta diffondendo sempre più il termine ‘generativo’, e io stessa sono da annoverare tra gli utilizzatori di questa parola, anche se, a volte, quando uso questo aggettivo, ricevo in cambio uno sguardo leggermente canzonatorio. Già diversi anni fa ho pubblicato un articolo, e poi una parte di un libro, dedicato alla leadership generativa, e il libro di Chiara Giaccardi e di Mauro Magatti intitolato Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi è interamente dedicato ad approfondire il tema del legame tra generatività e libertà.

Viceversa, l’aggettivo ‘creativo’ è ampiamente utilizzato, e nessuno si scandalizza del suo uso, diffuso praticamente in ogni contesto. Si sente spesso affermare: “è una persona creativa”, “bisogna lavorare di più sulla creatività di ciascuno”, oppure che “occorre favorire la creatività nei bambini”. Creative sono, quindi, le singole persone quando manifestano doti difficili da trovare in chiunque altro.

La capacità creativa viene considerata una qualità intrinseca di alcune persone, in grado di fare qualcosa che prima non esisteva, in modo pressoché autonomo e indipendente dal contesto. Un vero e proprio atto di potere, di magia.

Spesso la parola creatività è affiancata alla parola ‘innovazione’, e innovare deriva dal termine ‘nuovo’, significando quindi ‘rendere nuovo’ o ‘essere nuovo’. Innovazione è una parola molto ricorrente di questi tempi, addirittura abusata; tutto ciò che si fa in azienda deve portare innovazione, ovvero essere nuovo. Perciò, quando si parla di ‘creare innovazione’, si rinforza l’idea del processo di creazione del nuovo dal nulla, che diviene sempre più un dovere dei nostri tempi.

Eppure, se ci fermassimo appena a riflettere, creativo significa ‘capace di creare’, e creare porta in sé il significato di ‘fare dal nulla’, capacità riconosciuta al ‘Creatore di tutte le cose’. Secondo queste accezioni, pertanto, l’uomo è assimilabile a Dio e la dote della creatività è una dote divina. Nel creare è tutto concentrato nelle mani di una persona speciale, come l’artista o il genio, che possiede doti che altri, più normali, non hanno e non potranno avere, per quanto possano sforzarsi e fare corsi sulla creatività. Le organizzazioni che si autodefiniscono creative cercano di coltivare le doti di alcune persone speciali affinché, periodicamente, esca dal nulla qualcosa di nuovo e inaspettato che, si spera, possa essere sfruttato economicamente. Non a caso c’è tutta una retorica sulla creatività nel mondo aziendale e manageriale incentrata sullo sviluppo di questa capacità nei collaboratori affinché l’azienda possa essere sempre più competitiva in un mercato che deve continuare a espandersi.

Generare deriva da ‘genus, generis’, quindi ‘stirpe, vita’; significa perciò dare vita ad esseri della stessa specie, e, per estensione, mettere al mondo, dare alla luce.

Nel termine generare ciò che genera e ciò che viene generato sono collegati in modo indissolubile, e tale legame rimarrà per sempre. Da questo termine ne derivano altri: ‘genitore’, ‘generazione’, ‘genere’.

In questi termini è implicito l’assunto di esseri simili, ma non uguali: in ciò che viene generato rimane la presenza di coloro che sono stati generativi. Vi è un filo che consente di portare in sé il passato verso il futuro, come nei passaggi generazionali. Nella parola generare è inclusa indissolubilmente la vita e la capacità di trasmetterla.

La differenza nell’uso di questi due termini, che spesso vengono utilizzati come sinonimi, è quindi importante.

Creare porta con sé la capacità di fare qualcosa che prima non c’era, così, dal nulla, e la creatura non è perciò uguale o simile al proprio creatore. Non c’è un legame tra chi crea e ciò che viene creato. Generare comporta invece il manifestarsi nella similitudine, e il legame rimane nel tempo come un filo sottile che unisce.

Creare è un atto incentrato sul singolo individuo che si pone, con questo, al di sopra di altri per le proprie capacità. Generare è un’estensione di sé, un’apertura all’altro, un dono nell’essere simili. Quando si genera, non si può essere soli. È sempre un atto relazionale.

Sappiamo ormai da secoli che “nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”, secondo il principio di conservazione della massa enunciato da Antoine-Laurent de Lavoisier nel 1772, che ha trovato con Einstein ulteriore conferma ed estensione nel principio di conservazione e trasformazione dell’energia. Eppure, non ne siamo affatto consapevoli.

Nella trasformazione, anche noi – per quanto possiamo essere scarsamente creativi – incidiamo nel processo che genera continui cambiamenti. La materia è indistruttibile, ed è la stessa da quando si è originato il mondo: l’acqua del nostro pianeta non è mai cambiata, è sempre la stessa quantità, cambia solo la forma in cui si manifesta; gli elementi fondamentali sono sempre gli stessi, cambia solo la forma in cui si manifestano.

Illudersi di poter creare comporta anche l’illusione di poter distruggere: creare dal nulla e far sparire nel nulla sono parte dello stesso tipo di pensiero. La spinta a consumare sempre di più, come se la materia fosse inesauribile e potesse nascere dal nulla, e non preoccuparsi degli effetti di tutto ciò che scartiamo, come potesse sparire per sempre, provoca problemi che non siamo in grado di affrontare.

Anche noi un giorno non spariremo nel nulla, ma ci trasformeremo in qualche cosa d’altro: saremo comunque generativi, anche non volendo. Tanto vale esserne consapevoli e scegliere di esserlo finché siamo vivi. E, di conseguenza, agire da generativi, mettendo a disposizione degli altri noi stessi, con umiltà.

Per generare, basta partecipare alla vita. Possiamo perciò essere tutti generativi: occorre desiderare di andare oltre sé per proteggere la vita di altri esseri simili a noi. Essere generativi, perciò, è fortemente connesso al prendersi cura: degli altri, del contesto, di ciò che sta avvenendo, per proteggere il fiorire della vita ovunque sia possibile, sia in senso biologico che metaforico.

Richiede comunque un desiderio, un’intenzione e, infine, una scelta tra compiere azioni che generano, aprendo alla vita e compiere azioni che degenerano, aprendo alla morte. È un impegno che dura nel tempo, e che richiede costanza, pazienza, cura. E, infine, richiede il lasciare andare ciò che si è generato.

Quando ero una ragazzina e frequentavo il catechismo, mi colpiva e mi lasciava perplessa la frase recitata durante la messa dal sacerdote: “Generato e non creato, della stessa sostanza del Padre”, e mi chiedevo come mai questa distinzione fosse così importante da essere ricordata durante la celebrazione della messa. È una frase che ha continuato a risuonare in me; mi faceva pensare che Gesù fosse come noi, generato dal proprio Padre così come noi siamo generati dai nostri padri e madri, e fatti della stessa loro sostanza, e che non eravamo stati creati dal nulla. E forse non mi sbagliavo poi tanto.

Confidiamo ancora nel nostro poter trovare, un giorno, la soluzione a tutti i nostri problemi su questo pianeta attraverso un atto magico che crei una tecnologia innovativa e straordinaria, perdendo così solo del tempo prezioso.

Peccato non decidere di abbandonare l’idea tanto amata, ma adolescenziale, della creazione. Perché nulla si crea. Tutto si trasforma.

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