La conoscenza come “nascere insieme”

Villa Agellis

Dopo un secolo, il Ventesimo, che ha sostituito le ideologie, tutte andate in frantumi sotto il peso di milioni di morti in guerre e stermini, con l’ottimismo economico e tecnologico, il Ventunesimo secolo si presenta senza neanche più il sogno di un benessere individualista; l’uomo non può più permettersi di ignorare lo stato dell’ambiente in cui è inserito. Oggi, che lo si voglia o no, si è costretti a tener presente anche il benessere – o il malessere – degli altri, anche di chi non conosciamo, poiché non possiamo più illuderci di esserne separati, di essere uno indipendente dall’altro.

La realtà si conosce solo se ci si unisce ad essa, in una comunione con tutto ciò che è “altro” da noi. La conoscenza è il modo in cui ci relazioniamo con il mondo che ci circonda, che siano gli altri uomini o l’ambiente in generale non importa: certo, la conoscenza viene per lo più intesa come uno strumento per separarsi dall’ambiente circostante – uomini compresi – per sfruttarlo, dominarlo ed ignorarlo; ma può essere intesa anche come una via per entrare in relazione, per comprendere e scoprire ciò che ci circonda ed in cui siamo immersi, attraverso le percezioni, le emozioni, i comportamenti. E così, se per un verso la conoscenza diventa una merce da utilizzare per dominare l’altro attraverso lo sfruttamento del sapere esistente, per l’altro può divenire un processo attraverso il quale le idealità di ognuno, la coscienza di esser-ci con gli altri, si integrano per generare nuove opportunità di miglioramento, nuove possibilità per stare bene nel mondo.

Come afferma Raimon Panikkar a proposito della relazione che esiste – o che non esiste più – tra scienza e conoscenza:

La scienza moderna non è scienza nel senso in cui è intesa questa parola. “Scienza” (jnana, gnosis, scientia) vuole dire “conoscenza”. Conoscere significa stabilire una comunione cosciente e vitale con il reale, essere congiuntamente con ciò che si conosce: con-nascere (con-naitre). La conoscenza è unione, compenetrazione (…); è fine a se stessa: la stessa vita di chi conosce. Il conoscere comporta gioia, perché è salvezza, salva l’uomo dalla sua limitazione e lo apre fino ai confini stessi dell’universo. Il conoscere, in questo senso pieno, che è inseparabile dall’amare, fa vivere all’uomo la pienezza di ciò che è. La scienza moderna non è più conoscenza in questo senso classico e tradizionale. Non tutti gli uomini possono essere scienziati. Tutti, invece, sono chiamati a essere saggi, sapienti, a godere della realtà – conoscendola. (Panikkar, 2003)

da: Simoncini, De Simone, ‘Il Mago e il Matto. Sapere personale e conoscenza relazionale nella rete organizzativa’, McGraw-Hill 2008

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