Ha scritto di complessità…. Jostein Gaarder

Ha scritto di complessità…

Jostein Gaarder

Gaarder

AUTO-GENESI

La donna rise. Guardò l’uomo e, scandendo le parole, replicò: “Creare un intero universo è ovviamente un’impresa ammirevole. Ma bisogna dimostrare un rispetto ancora maggiore per un intero universo capace di creare se stesso. E viceversa: la semplice esperienza di essere creato non è nulla in confronto alla soverchiante sensazione di essere generati dal nulla più totale e di potersi reggere sulle proprie gambe”. (Jostein Gaarder, Maya)

E’ dunque possibile esplorare l’idea di un universo che costituisce il suo ordine e la sua organizzazione nella turbolenza, nell’instabilità, nella devianza, nell’improbabilità, nella dissipazione energetica.

Idea metamorfica, la catastrofe non si identifica con un principio assoluto e lascia aperto il mistero dell’ignoto a-cosmico o protocosmico. Essa porta con sé l’idea di Evento e di cascata di eventi. Lungi dall’escluderla, essa comprende in sé l’idea di disordine, e in maniera genesica, poiché la rottura e la disintegrazione di una vecchia forma sono nello stesso tempo il processo costitutivo della nuova. Essa contribuisce a far capire che l’organizzazione e l’ordine del mondo si edificano nello squilibrio e nell’instabilità, e per loro tramite. (Edgar Morin, Il Metodo 1)

LA SPIEGAZIONE DELLA SCIENZA

C’era una domanda  che mi tormentava: mi ero forse smarrito nella scienza, perdendo la capacità di vedere la fiaba, la magia, presente in ogni singolo istante sulla Terra? La scienza aveva come scopo la dimostrazione che ogni cosa può essere spiegata. Ma così c’era il pericolo di non vedere più tutto quello che non può essere spiegato.  (Jostein Gaarder, Maya)

La spiegazione non può più essere uno schema razionalizzatore. L’ordine, il disordine, la potenzialità organizzatrice devono essere pensati insieme, contemporaneamente nei loro caratteri antagonistici ben noti e nei loro caratteri complementari ignoti. Questi termini si richiamano l’un l’altro e formano una specie di anello in movimento. Per comprenderlo, è necessario qualcosa di più di una rivoluzione teorica. Si tratta di una rivoluzione di principio e di metodo. La questione della cosmogenesi è dunque, nello stesso tempo, la questione chiave della genesi del metodo. (Edgar Morin, Il Metodo 1)

RIDUZIONISMO CARTESIANO

“Niente è più sorprendente del fatto che il mondo esiste. Noi viviamo, Vera! E’ incredibile!”

“Naturalmente su questo sono d’accordo.”

“Ma non è forse vero che abbiamo una specie di regola di base, secondo la quale l’esistenza dell’universo è sostanzialmente un’incredibile casualità? E che esso non ha un ‘senso’?”

“Adesso hai allargato un po’ troppo il campo.”

“Io credo che l’universo abbia uno scopo.”

“Sei diventato religioso?”

“Lo puoi ben dire. Non è che abbia abbracciato una fede specifica, però ho incominciato a intravedere un significato sia nella mia vita sia nel mondo che mi circonda.”

“Non è poco. Sei capace di definire meglio quel ‘significato’?”

“Non sto scherzando, Vera. Noi sappiamo come si è evoluta la vita sulla Terra nel corso di alcuni miliardi di anni, sebbene la scienza non si sia ancora stancata di frazionare quest’incredibile lavoro di creazione in una lunga serie di ciechi, casuali e fondamentalmente insensati processi fisici e biochimici. Per me non è più così.”

“Così adesso studierai per diventare prete.”

“Allora, senti un po’. Un uomo è un complesso processo biochimico che, nel migliore dei casi, dura 80-90 anni. In buona sostanza, egli non è che la cornice per la lotta sostenuta da alcune macromolecole al fine di replicarsi. L’unico scopo ascrivibile alla vita umana è ciò che avviene all’interno delle singole cellule, ovvero la duplicazione in massa dei geni. Un ‘essere umano’ in effetti non è altro che una macchina per far sopravvivere i geni. Il fine è il singolo gene, non l’organismo. Lo scopo dell’esistenza è allora la sopravvivenza dei geni e non di ciò che i geni controllano. La meta è l’uovo e non la gallina, perché la gallina è soltanto il prodotto dell’uovo.”

“Adesso mi sembri un po’ esaltato. Cercherò di considerarlo uno schema accettabile.”

“Non dovresti. Tra cinquant’anni, la maggioranza della gente non farà che ridere di una simile visione del mondo. Apparteniamo a una generazione di biologi che commettono una reductio ad absurdum quasi collettiva…” (Jostein Gaarder, Maya)

E’ grazie al metodo che isola, separa, disgiunge, riduce all’unità, misura che la scienza ha scoperto la cellula, la molecola, l’atomo, la particella, le galassie, i quasar, le pulsar, la gravitazione, l’elettromagnetismo, il quanto di energia, che ha imparato a interpretare le pietre, i sedimenti, i fossili, le ossa, le scritture sconosciute, compreso il codice inscritto nel DNA. Eppure le strutture di questi saperi sono dissociate tra loro. Oggi fisica e biologia comunicano solo attraverso qualche lembo di terra. La fisica non arriva più a comunicare nemmeno con se stessa: la regina delle scienze è dissociata in microfisica, cosmofisica e la nostra scala intermedia apparentemente sottoposta ancora alla fisica classica. Il continente antropologico è andato alla deriva, diventando un’Australia.

Come l’uomo, anche il mondo è dissociato fra le scienze, sbriciolato fra le discipline, polverizzato in informazioni. Oggi non possiamo sfuggire alla domanda: la scomposizione analitica necessaria deve pagarsi con la scomposizione degli esseri e delle cose in un’atomizzazione generalizzata? L’isolamento necessario dell’oggetto deve pagarsi con la disgiunzione e l’incomunicabilità fra ciò che è separato? La specializzazione funzionale deve pagarsi con un’assurda parcellizzazione? E’ necessario che la conoscenza si dissoci in mille saperi inconsapevoli? (Edgar Morin, Il Metodo 1)

FRECCIA VERSO L’ALTO

“E qual è il senso della vita?”

“Non lo so, te l’ho detto. Però l’universo non è privo di significato. Lo sviluppo della vita sulla Terra è stato un processo più spettacolare del più enfatico e ridondante mito della creazione.”

“Tu sei strano. Sei proprio strano.”

“Sei d’accordo che hai un’anima?”

“Non so se utilizzerei quella parola.”

“Però hai una coscienza, vero?”

“Ovvio. Se rispondessi di no, cadrei in contraddizione.”

“Dunque hai coscienza di questo universo…”

“E di me stessa. Cogito ergo sum.”

“Risaliamo pure così indietro, a Cartesio, intendo, perché infatti è da lì che ogni cosa ha cominciato a… deragliare. Esiste una materia ed esiste una coscienza della materia. Voglio dire che la coscienza è una parte così importante dell’essenza dell’universo che non può essere un sottoprodotto casuale.”

“La materia però è arrivata prima.”

“Non è da escludere.”

“La devo ancora vedere una coscienza che si manifesti come materia, mentre il contrario già l’ho visto.”

“Aspetta un attimo. Hai detto che una coscienza che si manifesti come materia la devi ancora vedere?”

“Sì.”

“E che cos’è il mondo, Vera? Questo è il punto.”

“Stai dicendo cose interessanti, ma non parli più da scienziato”.

“Se è così che la pensi, allora forse è davvero importante parlare di qualcosa che non sia ‘scienza’. Per me, la coscienza è una parte dell’universo più essenziale di tutte le stelle e comete messe insieme.”

“Però la materia è venuta prima della coscienza. E’ una premessa indispensabile in discorsi come questo.”

“Può essere, te l’ho detto. Tuttavia mi pare sempre più evidente che la materia cosmica era incinta della coscienza. La coscienza non è un aspetto della realtà meno universale della reazione nucleare delle stelle.”

“Davvero non lo so. E’ evidente che ci hai riflettuto più di me.”

“Il sangue viene prima dell’amore.”

“Cos’hai detto?”

“Il sangue deve scorrere nelle vene prima che noi siamo in grado di amarci. Ciò non significa che il sangue sia più importante dell’amore.”

“Anche questo mi sembra un po’ come la storia dell’uovo e della gallina.”

“In che senso?”

“Se non fosse stato per il sangue non ci sarebbe stato l’amore. E se non ci fosse stato l’amore non ci sarebbe stato il sangue.”

“Era questo che volevo dire.”

“Possiamo parlarne ancora a Siviglia. Sono quasi le tre.”

“Voglio solo dire che ho chiuso con quel riduzionismo estremo che ha cavalcato questo secolo come un incubo. Con l’inizio del nuovo millennio, è arrivata l’ora di cambiare.”

“Io invece dico solo che sei troppo vago. Non possiamo basare la scienza su forze diverse da quelle naturali.”

“Questa è buona! Le conclusioni cui giungiamo sono molto più numerose di quelle legate alle quattro forze elementari.”

“Puoi farmi qualche esempio?”

“Il Sole non è soltanto una stella, la Terra non è soltanto un pianeta, un uomo non è soltanto un animale, un animale non è soltanto polvere, la polvere non è soltanto lava.” (Jostein Gaarder, Maya)

Contrariamente all’idea troppo semplice che considerava l’uomo come l’unico essere complesso (e questa idea era così semplicistica da rendere impossibile la comprensione della complessità dell’uomo), contrariamente all’idea più liberale che attribuiva la complessità al vivente in confronto alla semplicità della natura fisica, la complessità è dovunque. All’inizio era la complessità: la genesi è l’altra faccia di una disintegrazione. Agli orizzonti, la complessità: tutti i nostri concetti si contorcono e si curvano nella relatività cosmologica, tutti i nostri concetti si spezzano allorché sono trascinati oltre la velocità della luce. Alla base stessa trionfa la complessità: la materia semplice della fisica classica era organizzazione complessa! Molto di più, laddove si credeva di aver in mano l’unità elementare semplicissima si vede sorgere la più incredibile di tutte le complessità. (Edgar Morin, il Metodo 1)

PIANI DI REALTA’

Dopo tre anni non riesco ancora a credere che non rivedrò più Sheila. Tuttavia, come faccio a essere così sicuro che non mi ricongiungerò mai a lei? Ne sono abbastanza certo, ma non del tutto. Il semplice fatto che il mondo esiste significa che i confini con l’inverosimile sono già stati oltrepassati. Se questo mondo esiste, perché non dovrebbe essercene un altro, uno dopo?

Perché siamo di carne e di sangue, come le rane e i pipistrelli, risponderebbe Frank. Sì, sono d’accordo… D’altronde, se c’è una cosa che mi fa soffrire, è proprio la mia circolazione. Sono un primate che invecchia, ma non sono forse anche un essere spirituale?

Non sono mai riuscito a credere sino in fondo all’idea che l’anima umana non sia altro che un irreale fenomeno a base di proteine, alla stregua del collo di una giraffa o della proboscide di un elefante. Grazie alla mia coscienza sono in grado di conoscere l’universo tutto. Non sono più convinto che l’anima sia solo una secrezione biochimica.

Esistono altre galassie, lo sappiamo. Forse esistono anche altri universi, molti astronomi lo credono. Perché una successione di questo tipo, da un piano di realtà a un altro, dovrebbe essere meno verosimile di una successione nel tempo e nello spazio? Oppure, in altri termini: perché un passaggio da un piano a un meta-piano dovrebbe essere impensabile? E’ possibile svegliarsi dal sogno.

Noi non sappiamo che cos’è questo mondo. Penso sia semplice lasciarsi ingannare dalle temporanee limitazioni che s’incontrano sul piano della realtà in cui ci si trova. (Jostein Gaarder, Maya)

Ciò significa, infine e soprattutto, che alle fondamenta della physis non vi è semplicità, ma la complessità stessa. Eppure ci si continua a comportare da talpe, ignorando che la semplicità del nostro cosmo recipiente e della nostra finta physis si sono infrante. Ci crediamo ancora sulla salda roccia della semplicità. Ma la nostra isola è composta da sistemi di sistemi di sistemi. Anche qui regna la complessità. Il sistema crea complessità, conserva complessità, sviluppa complessità. Nasce e muore perché è complesso. Non vi è più dunque in nessun luogo una base empirica semplice, una base logica semplice per considerare il sostrato fisico. Il semplice è solo un momento arbitrario di astrazione, un mezzo di manipolazione sradicato dalle complessità. (Edgar Morin, Il Metodo 1) 

Edgar Morin 2

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