Fuori dai recinti del certo e del prevedibile

Gli dei ci creano tante sorprese:

l’atteso non si compie

e all’inatteso

un dio apre la via

Euripide

 

Le certezze ci forniscono quel senso di controllo della situazione a cui non amiamo rinunciare; siamo alla continua ricerca di certezze, poiché procurano un senso di definito e di immutabilità.

L’incertezza non è ben accetta nella nostra cultura, perché sentirsi esposti all’ignoto genera in noi un profondo senso di malessere. Ciò che non comprendiamo e che non possiamo spiegare è per noi oscuro e misterioso; ci mancano persino le parole per definirlo: è inafferrabile, anche con i pensieri.

Accettare l’incerto richiede di rinunciare alla stabilità, all’immutabilità, all’equilibrio, al controllo; richiede l’umiltà di dire: “Non so cosa stia accadendo”. Comporta il sentirsi come bambini davanti all’ignoto e porsi delle domande, essendo consapevoli della propria ignoranza ed accettandola.

Secondo Morin, il contributo più importante del secolo appena trascorso è nell’aver portato in evidenza i limiti della conoscenza oggettiva e della sua speranza di prevedibilità:

Il contributo più importante del sapere del XX secolo è stata la conoscenza dei limiti della conoscenza. La più grande certezza che ci abbia dato è quella dell’ineliminabilità delle incertezze, non solo nelle azioni, ma anche nella conoscenza. (…) Una delle principali conseguenze di queste due apparenti sconfitte, in realtà vere e proprie conquiste della mente umana, è di metterci in condizione di affrontare le incertezze e più globalmente il destino incerto di ciascun individuo e di tutta l’umanità. (Morin, 2000)

Ad ogni passo della nostra vita ci confrontiamo con i limiti legati alla certezza di un “piano finito” – quello dei saperi esistenti – e di un “tempo chiuso” – quello della prevedibilità. Per poter scoprire, per poter generare il nuovo, occorre avventurarsi al di fuori dei recinti del certo e del prevedibile, essere disposti all’errore ed a nuovi tentativi.

Solo questo passo ci può iniziare ad un percorso attraverso nuove possibilità di apprendimento e di conoscenza: è necessario porsi delle domande anziché cercare delle risposte esaustive, avventurandosi così in uno “spazio aperto” dove ci può attendere la sensazione di stupore per l’inatteso.

Per poter aprire i recinti all’inatteso, è fondamentale avvicinarsi allo studio della relazione tra soggetto ed oggetto, tra conoscente e conosciuto, per cercare così nuove possibilità di apprendimento.

Se il mondo non è così certo e prevedibile come a noi piacerebbe che fosse, se il tempo non è un susseguirsi ininterrotto di istanti tutti uguali, se lo spazio non è un campo recintato, se la razionalità non è l’unico strumento possibile per la conoscenza, lo stiamo forse scoprendo lungo il percorso della nostra vita, insieme.

(M. De Simone)