Emergono schemi dentro schemi…

 

In merito alla consegna a Douglas Hofstadter della Laurea ad Honorem all’Università di Bologna a maggio 2013, uno dei post di commento nel gruppo Complexity Institute Community di Facebook è stato:

“che ne dite di questa che ha detto in conferenza: 
1+2=3       4+5+6=7+8       9+10+11+12=13+14+15      16+17+18+19+20=21+22+23+24…. ecc. ecc.”

Nella soluzione del gioco matematico, emergono schemi dentro schemi…

Noi cerchiamo schemi e ci appassioniamo quando li troviamo e consideriamo particolarmente intelligente chi è in grado di trovarli prima e meglio di noi.

Dalla forma degli oggetti a quella degli esseri viventi, i nostri sistemi percettivi e motori creano schemi. Non possiamo farne a meno: li generiamo continuamente; solo che, per la maggior parte degli schemi che creiamo, non ne siamo affatto consapevoli. Occorre molto esercizio per abituarci a comprendere che ciò che vediamo, mangiamo, tocchiamo fa parte di uno schema senso-motorio che abbiamo generato noi stessi con il nostro corpo.

Quando si tratta invece di schemi che riusciamo facilmente a considerare esterni a noi, come gli schemi presenti in matematica, allora ci meravigliamo del loro funzionamento che, una volta compreso, diviene semplice in quanto ripetitivo. Si può fare affidamento su uno schema perché, una volta trovato e stabilito il contesto all’interno del quale è valido, non tradisce più.

Ci meravigliamo ancor più quando riusciamo a comprendere l’esistenza di schemi dentro altri schemi: sempre nei ‘giochi’ matematici, questo diviene molto evidente… e divertente.

L’approccio complesso si potrebbe definire come la ricerca di schemi dentro altri schemi. Per riconoscere gli schemi – o pattern – è necessario avere una visione di insieme: più si va nel dettaglio, più lo schema scompare. In matematica, per esempio, i numeri si possono interpretare solo come una sequenza infinita: 1, 2, 3, 4, 5, ecc. Carino, ma di poco significato per noi. A cosa serve sapere che i numeri sono in sequenza infinita, aggiungendo una unità a ciascuno di loro? E’ solo un primo, elementare schema. E’ già qualcosa da cui iniziare… a cercare altri schemi. Ed è dalla ricerca di altri schemi che nasce veramente la matematica.

Se ci fermassimo all’analisi di dettaglio, se per esempio volessimo analizzare in modo approfondito il numero “1″, forse potremmo ottenere informazioni importanti su questo singolo numero, ma perderemmo la matematica come strumento di comprensione. E’ mettendo in relazione il numero “1″ con altri numeri che riusciamo a scorgere i primi schemi ricorrenti.

Turing è famoso anche per la capacità che aveva di riconoscere schemi in sequenze apparentemente casuali di numeri, riuscendo così a svelare il sistema di comunicazione seguito dai sottomarini tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Nash, premio Nobel per la teoria dei giochi, aveva sviluppato una forma patologica di ricerca di schemi nascosti e cifrati tra le parole pubblicate su giornali e riviste. Grandi giocatori di scacchi sono in grado di conoscere e applicare schemi di gioco che a noi profani paiono complicatissimi. Douglas Hofstadter si diverte a studiare tantissime lingue straniere applicando schemi linguistici ricorrenti…

Douglas Hofstadter

Photo: Maurizio Codogno

Nonostante tutto ciò, il concetto di schema o pattern è ancora estraneo alla nostra cultura: un gioco, un vezzo, un’ossessione, di persone particolarmente dotate o ‘strane’. Grazie all’assillo del controllo, la nostra cultura continua a sminuzzare, frantumare, ridurre… cercando il significato ultimo delle cose nel sempre più piccolo, per avere la certezza di poter così controllare ciò che si riconosce.

Riconoscere il contesto significa riconoscere gli schemi che lo definiscono. Significa riuscire a definire un ordine – il nostro senso di ordine, e quindi di significato – in qualcosa che, altrimenti, sarebbe solo caos, casualità, non senso. Riuscire a scorgere uno schema non dà il controllo sul singolo elemento – cosa che non piace affatto a chi si avvicina alla complessità in cerca di soluzioni veloci e facilmente applicabili – ma consente di comprendere il processo di ciò che si sta generando sotto i nostri occhi e che non riusciremmo altrimenti a scorgere.

Un contesto lo possiamo definire come tale solo se siamo in grado di riconoscerne gli schemi di funzionamento che lo stanno generando. La cosa buffa di tutto questo è che noi già lo facciamo, sempre, da quando nasciamo a quando moriamo, ma non siamo abituati ad osservarci mentre lo facciamo. Anche il modo in cui comunichiamo – dal linguaggio verbale ai gesti e movimenti del corpo del linguaggio non verbale – segue uno schema ricorrente che si sincronizza di volta in volta con gli schemi ricorrenti dell’altra persona con cui stiamo interagendo.


zen

Leggi anche un articolo pubblicato sul Blog: http://complexityinstitute.wordpress.com/category/schemi/