Definire la complessità

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Definire la complessità

E’ difficile definire cosa sia la complessità: spesso il termine complessità viene definito in antitesi al concetto di semplicità, confondendo così il concetto di complessità con quello di complicazione.

E’ interessante, per comprendere la differenza di significato tra il termine complesso ed il termine complicato, risalire all’aspetto etimologico delle parole: mentre complicato deriva dal latino cum plicum, che significa “con pieghe”, complesso deriva dal latino cum plexum, che significa “con nodi”, intrecciato.

Già etimologicamente, quindi, il termine “complesso” va distinto da “complicato”: l’etimologia latina plicum richiama la piega del foglio, che deve essere “spiegato” per poter essere letto e compreso, mentre il plexum è il nodo, l’intreccio, come quello di un tessuto o di un tappeto, che non si può sbrogliare senza che si perda la sua stessa natura, la visione d’insieme che esso consente. Se di un tessuto, o di un tappeto, sciogliamo i nodi dell’intreccio ci rimarranno nelle mani i fili con cui è stato composto, ma avremo perso il disegno complessivo cui dava forma.

L’approccio ai problemi definiti “complicati” è un approccio di tipo analitico: il problema si suddivide in parti, le quali vengono studiate, analizzate e solo successivamente ricomposte, in modo da riuscire a comprendere il problema nel suo insieme. Per esempio, aggiustare un’automobile che non funziona è un problema di tipo “complicato” e può essere risolto trovando il pezzo rotto e sostituendolo.

Dal punto di vista della complessità, invece, un problema non si può suddividere o segmentare, poiché il fenomeno da analizzare perderebbe il suo significato. Per avvicinarsi a problemi definibili come “complessi” bisogna seguire una metodologia diversa: da un lato è necessario applicare un approccio di tipo sistemico, che consente di avere una visione del problema nella interezza delle sue connessioni; dall’altro è necessario applicare un approccio emergenziale, che consente di chiedersi quali potranno essere le evoluzioni nel tempo del sistema di connessioni che definiscono il problema stesso. Per esempio, una malattia è un problema di tipo “complesso”: pur se può colpire un organo specifico, spesso non è sufficiente curare solamente la parte malata, ma occorre comprendere in quale rete di relazioni l’organo è inserito e come tutto il sistema si modifica a seguito dell’intervento umano.

Spesso l’errore che si compie è quello di affrontare problemi di natura complessa pretendendo di “semplificarli”: si cerca di trovare ciò che non funziona e sostituirlo, sperando così di risolvere velocemente ed efficacemente i problemi; è un approccio di tipo complicato, il che produce necessariamente ulteriori problemi di tipo sistemico, non solo nell’immediato ma, ancor più, nel medio e lungo periodo. I problemi di natura complessa, infatti, è come se avessero una sorta di “memoria”: nulla di ciò che si è fatto (o non fatto) viene perduto o dimenticato, poiché entra in una rete di retroazioni di cui non si conosce l’effetto cumulato nel tempo.

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